-Giornata piatta, 14km e spesa per Pasqua.-

Pre 6:30. 8 ore di sonno.

Garmin mi dice che il mio stato di salute è in sovra allenamento.

Colazione, inizio un nuovo libro. A dire il vero inizio un libro che ho letto in passato che occhi mi è saltato agli occhi.

Almanacco di Naval Ravikant.

Leggo una ventina di pagine, leggo un paragrafo del daily stoics.

Arrivano le 8, mi distendo in divano. Ho un periodo strano. Vengo preso da attacchi di piattezza. Momenti in cui, non provo nulla. Se non miseria. Ma una cosa riesce a tenermi in piedi.

L’idea che domenica è Pasqua , e quindi potrò sbizzarrirmi a cucinare, la mia corsa giornaliera e il viaggio che ho prenotato per settimana prossima.

Il resto passa tutto in secondo piano. Eppure mi ripeto sempre dove voglio essere e cosa voglio fare. Ma non ne sto trovando le forze. Mi sto accomodando a una realtà che paradossalmente non mi corrisponde.

Cado come una piuma. Cado, ma senza fare rumore. Una discesa lenta, docile. A volte, colto da un soffio di vento ritorno in alto. Vedo la speranza, sento il fuoco dentro di me. Mi sento rinnovato. Ma poi, con la stessa agilità con cui son risalito, vengo, lentamente, riportato a uno stato di caduta abissale.

Cado, dondolandomi a destra e sinistra tra tristezza, compassione e procrastinazione.

Passo tempo sul divano, a desiderare una vita diversa. Una vita che visualizzo, che sento di poter raggiungere ma che non ho voglia di raggiungere.

Paradosso mondiale, non so neanche io come si possibile. La voglia matta di cambiare vita ma non avere di forze di prendere azione.

Come la possiamo chiamare ?
Non so neanche io come chiamare questa cosa, so solo che sta accadendo ciò. Ed io, mi ritrovo in questa brutta situaiOne, a volte scomoda a volte non la sento.

Ma c’è, è presente e anche in maniera preponderante. La chiamo resistenza. Fa oppressione sul mio petto, mi rende inquieto e assai burbero. Non riesco a controllare la mia rabbia, rispondo in maniera cattiva. Ma poi, me ne pento. Capisco che, tutta la rabbia che cerco di tirar fuori corrisponde a momenti di tristezza che provo.

È l’unica cura che ho è la corsa, ed è proprio lei il vento di cui vi parlavo prima. Fonte di aria che mi spinge in alto per un periodo di tempo limitato. Finire di correre, andare al mercato, bere un buon caffè mi fa resuscitare.

Ma è tutto come un altalena. Su e giù.

Alterno momenti di gioia con momenti di tristezza, mi sento in un loop continuo. È tutto parte da una sola cosa. La voglia di lasciare tutto, cambiare vita, lavoro e città e trovare me stesso.

Sapete, dicono che scappare da dove sei per andare in altre città non risolverà i tuoi problemi. Ma io non sono d’accordo. Penso che vivere in una città che non ti rappresenta e sentirsi un pesce fuor d’acqua è peggio.

Ti mette a dura prova. Ti sfida a un livello tale che tendiamo per finire di perdere la voglia di lottare ed adagiarci a una vita che non ci piace.

La maggior parte della gente si ritrova in una città che odia, con un lavoro che fa perché deve e con sogni nel cassetto mai realizzati.

La resistenza li ha battuti. Si sono adagiati a una vita priva di significato a cui non hanno saputo lottare fino in fondo.

Questa per me è paura vera, la paura di adagiarsi a una vita che non mi rappresenta soltanto perché non ho avuto le forze di lottare.

Ma io non cedo. Io lotterò fino all’ultimo dei mie respiri. Combatterò con i denti e le fiamme. Anche se ora mi sto lasciando un po andare non significa che ho dato bandiera bianca, io lotto. Io gioco a lungo termine. Io ce la farò.

Resistenza non ti temo.